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Intervista a... Fabio Di Cocco!

 

Il pianoforte oltre i generi
Di Daiana Paoli
13 Gen 2006

 

Entriamo subito nel vivo del suo ultimo progetto, Looking up. The music of Michel Petrucciani. Oserei definirlo un tributo al pianista francese, scomparso a soli 36 anni nel ’99, a causa di una terribile malattia che lo affliggeva da sempre.

Mi ha molto colpito ciò che ha scritto Kenny Mathieson: “Petrucciani costruì un enorme seguito per le sue apparizioni in concerto intorno al mondo, ma vedere la sua minuscola, contorta figura, lottare con la tastiera del piano che sembrava di colpo enorme, le gambe spingere ai pedali particolarmente estesi, poteva essere una esperienza sconvolgente”…

 

D.P. Lei che cosa ne pensa? 

F.D.C  E’ vero, il pianoforte appariva di colpo enorme, ma dopo le prime note il rapporto si rovesciava: il pianista sembrava giganteggiare e, a prezzo di un enorme sforzo fisico, riusciva a dominare la tastiera per esprimere finalmente tutto il suo genio improvvisativo. E’, il mio, un tributo al pianista, ma ancora di più al compositore. Gusto armonico sopraffino, melodie  evocative, inesorabile senso ritmico: le opere di Petrucciani sono intrise di una prepotente voglia di vivere, a dispetto di una vicenda umana tanto dolorosa. L’ho scoperto nel 1982. Ero in una fase di studio del piano solo, e ascoltavo molti dischi solistici: Jarrett, Evans, Monk, Solal. Avendo sentito parlare di lui, acquistai Oracle’s Destiny, e ne fui entusiasta. In realtà, i lavori successivi sono addirittura superiori. C’è un aspetto in particolare che mi ha spinto a dedicarmi a questo progetto: la musica di Petrucciani riesce ad arrivare a un pubblico molto vasto, senza scendere a compromessi con l’aspetto qualitativo. 

D.P. Cosa caratterizza il “pianismo” di Petrucciani? Anche la Sua formazione era di tipo classico? E al jazz come è arrivato? 

F.D.C  La sua solida formazione classica si evidenzia soprattutto nella tecnica, ma Petrucciani era il tipico allievo ribelle, che voleva suonare a modo suo, e per sua stessa ammissione aveva uno scarso rispetto delle interpretazioni canoniche dei classici. Penso che per quel tipo di musicista lo sbocco nella musica afroamericana sia inevitabile, perché è la sola che può consentire libertà creativa, per mezzo di improvvisazione, riarmonizzazioni, poliritmie.  

D.P. Dal Suo curriculum mi sembra che lei viva in equilibrio fra il mondo della musica classica e quello della leggera. Dopo il diploma in Pianoforte nel 1991, era già in un certo senso proiettato “oltre” l’ambiente classico? Il diploma era la prima tappa in un percorso che portava a nuove sperimentazioni? 

F.D.C  Toccare nuovi settori era sicuramente un mio desiderio, ma oggi considero concluse le mie esperienze di musica pop. Si è trattato di una fase formativa di grande importanza per me, ma attualmente sono attratto da progetti personali che richiedono un impegno costante. Li considero due mondi musicali estremamente distanti: quelle che nel pop sono priorità (approccio ritmico funzionale agli stili pop, conoscenza del mondo cantautorale e dell’armonia specifica, capacità di sintesi dei suoni) non sono neanche argomenti di studio nel mondo classico. 

D.P. Nel frattempo, nel 2000, ha fondato un trio: con Andrea Avena al contrabbasso e Max De Lucia alla batteria, è nato recentemente il CD significativamente intitolato Made in Italy. 

F.D.C  Made in Italy è un progetto che negli anni scorsi mi ha coinvolto molto, tra scelta delle canzoni, tipo di rilettura, arrangiamento. Lo stimolo maggiore è nella ricerca della coesione ritmica e delle dinamiche d’insieme. Per dedicarmi ai progetti solistici di Gershwin e Petrucciani ho dovuto accantonarlo, ma il trio resta una delle mie formule preferite.

D.P. Cosa pensa oggi del mondo del rapporto dei giovani con la musica classica? Cosa si può fare per suscitare maggiormente il loro interesse? 

F.D.C  Nei Conservatori si “propina” un approccio alla musica che giudico negativo, fatto di troppa attenzione all’esecuzione e poca alla consapevolezza. Le mie priorità nell’insegnamento della musica sono tecnica, armonia, ear-training, training ritmico e improvvisazione: in Conservatorio solo la tecnica viene trattata a dovere, dell’armonia ci si sbarazza in poco tempo, mentre ritmo, educazione dell’orecchio e improvvisazione sono pressoché sconosciuti. Stupisce soprattutto che sia ignorata l’improvvisazione, dato che i grandi compositori classici erano tutti eccezionali improvvisatori.   

D.P. Lei si definisce quindi un pianista poliedrico?

F.D.C  Mi definisco un pianista che cerca di migliorarsi.
 


 

 

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